La poesia è più filosofica della storia
Aristotele, Poetica, 1451 b 1-7:
“E’ chiaro che compito del poeta non è dire le cose avvenute, ma quali possono avvenire, cioè quelle possibili secondo verosimiglianza o necessità. Lo storico e il poeta non si distinguono nel dire in versi o senza versi; si distinguono invece in questo: l’uno dice le cose avvenute, l’altro quali possono avvenire. Perciò la poesia è più filosofica della storia, perché la poesia dice piuttosto gli universali, la storia i particolari. E’ universale il fatto che a una persona di una certa qualità capiti di dire o di fare cose di una certa qualità, secondo verosimiglianza o necessità, il che persegue la poesia, imponendo poi i nomi. Il particolare invece è che cosa fece o subì Alcibiade”.
Alcune domande che ci pone questo testo:
-quale è la differenza, dal punto di vista storico, metafisico, etc., fra le cose avvenute e quelle che possono avvenire?
-gli universali poetici sono gli universali della metafisica?
-che tipo di “necessità” c’è in un racconto? È una necessità di tipo fisico, o frutto della forza, o una necessità apodittica?
-le azioni devono avere una certa “verosimiglianza”: essere “verosimili” a che?, o a chi?